Arpagoniana di Konstantin Vaginov

Konstanin Vaginov, ArpagonianaTra tutti i personaggi che affollano questo smilzo libretto, Harpagon è l’unico a non figurare mai. Incontriamo mercanti, collezionisti, zingare, signorine ben educate e altre un po’ meno, ma mai qualcuno che si richiami in maniera diretta alla figura teatrale indicata da Vaginov nel titolo. La trama stessa di questo romanzo così squisitamente pietroburghese (colmo di rimandi a Puškin, Lermontov, Gogol’) è come l’immagine che viene proposta al primo capitolo: un pavimento pieno di crepe in cui dettagli, oggetti e stili letterari scompaiono, per poi mescolarsi non visti, lontani dai nostri occhi.

Vaginov fu il membro più borderline dell’ultimissima avanguardia russa, il gruppo OBERJU. Come scrive Serena Vitale ‘lo stesso nome OBERJU può introdurre alla zona di silenzio, ipotesi e leggende che avvolge la breve storia dell’ultima formazione d’avanguardia russa degli anni Venti, a Leningrado’: parlare di un oberiuta implica quindi un tipo di ricerca basata su memorie private, diari e pochissimi scritti dati alle stampe. Tra questi il manifesto-dichiarazione pubblicato nel 1928 è l’unico documento ufficiale e l’unico nucleo stabile attorno a cui si possa ricostruire una storiografia più o meno fedele di quella che venne conosciuta come Associazione dell’Arte Reale.
Vaginov non frequenta gli studi in cui il gruppo va formandosi, né contribuisce particolarmente alle serate futuriste: lavora ai suoi libri con solerzia, per poi ammalarsi della malattia che lo porterà alla morte a soli 35 anni. Sarà considerato dalla critica un personaggio secondario di OBERJU, una figura marginale, forse la più ordinaria in quella compagine così bizzarra.
Colpisce che in lui l’unico eccesso riguardi il suo interesse quasi infantile per ogni persona. È lontano dagli estremismi (non solo letterari) di un Charms e il suo alogismo non impone immediatamente il contatto diretto con la parola trasformata in oggetto concreto. C’è qualcosa di femminile e aggraziato nel modo in cui l’autore pietroburghese decide non solo di descrivere la morte di Pietroburgo in quanto capitale culturale, ma anche di accompagnare il lettore nello slittamento da una realtà di per sé poco credibile, ad una sognante e fantastica, ma non per questo meno logica e sensata.

La caratteristica per la quale OBERJU viene particolarmente ricordato sarà proprio quella di esser riuscito a catturare lo spirito di una ImmagineRussia che si avviava verso l’arbitrio staliniano. Arpagoniana infatti riflette e riporta esattamente il momento più sottile del passaggio, lasciando percepire, attraverso i suoi protagonisti, tutta la tensione meditativa dietro l’assurdo. Per questo Lokonov è così libero di aggirarsi per le strade chiedendo di acquistare sogni con naturalezza e spontaneità, perché lui, in qualità di collezionista, sa che l’accumulo di ricordi sarà l’unica forza da opporre al controllo politico. È consapevole del fatto che il suo commercio è fatto di una materia che ‘adesso non ha valore, ma in futuro avrà enorme pregio. […]commercio in tutto ciò che non ha peso e sembra non avere nessun pregio nella vita di oggi.’.
Il mercante di sogni comprende dunque che tutto sta finendo e forse anche Vaginov aveva presagito, in qualche modo, la fine del gruppo di cui faceva parte: Daniil Charms venne arrestato nel 1941, idem Aleksandr Vvedenskij, e Zabolockij venne rilasciato solo nel 1946. Alla fine del 1935 la stagione culturale futurista poteva dichiararsi ormai conclusa, restava solo da spazzarne via la memoria e non fu poi difficile, considerata la natura così effimera delle pubblicazioni oberiute. Dice Rosanna Giaquinta: ‘gli oberiuti è come se non fossero esistiti affatto. Non ebbero la possibilità di pubblicare, tennero solo pochissime serate e letture pubbliche; scrivevano per sé, per il loro ristretto gruppo di amici, per il cassetto. Sono arrivati troppo tardi’.

E probabilmente Vaginov aveva intuito come OBERJU si sarebbe spento, ma corre in Arpagoniana anche una diversa consapevolezza, una diversa scelta: ‘a che scopo pensare a quello che avremmo potuto essere e a quello che siamo diventati. Siamo diventati quello che potevamo diventare.’ Nella conclusione de L’avaro, Harpagon decide di tenere per sé i suoi soldi lasciando andare Marianne, che eppure ama. Lokonov, invece, preferirà tenere i suoi sogni per lasciar andare la sua vita.

 

 

ImmagineKonstantin Vaginov è nato a San Pietroburgo nel 1989. Fu inizialmente etichettato come un post-simbolista, vicino alla corrente dell’acmeismo, corrente che andava sviluppandosi attorno alla figura del poeta Nikolaj Gumilëv, marito della poetessa Anna Achmatova. Nel 1927 si affiliò al gruppo avanguardista degli Oberjuti, pur restando sempre un outsider. Fu al suo interno che, tuttavia, sviluppò i suoi studi letterari sulla mitologia della quotidianità. Morì di tubercolosi nel 1934.
Il suo primo romanzo, Il canto del capro, è stato pubblicato in Italia nel 2006 da Kami Edizioni. Arpagoniana è stato pubblicato nel 1996 da Voland.
Al momento restano in attesa di traduzione i romanzi Труды и дни Свистонова (Le opere e i giorni di Svistonov, 1929) e Бамбочада (Bambocciata, 1931).

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Gli anni di ghiaccio di Anna Kim

nuovo_Gliannidighiaccio-COP_OKL’hanno finalmente trovata, dici; pensi più che parlare” ed effettivamente la notizia con cui l’intensa narratrice apre quest’ultima, eccellente pubblicazione della Zandonai, ci cade addosso come un mutare del tempo, di cui non capiamo l’origine né tantomeno il possibile evolversi. Anna Kim è giovane e straordinariamente dotata e “Gli anni di ghiaccio” la presenta ai lettori italiani nel migliore dei modi; nata in Corea del Sud e poi trasferitasi in Germania, ha già all’attivo svariate pubblicazioni, ma è stato questo romanzo a valerle l’European Prize for Literature 2012 per il suo paese d’adozione.
Il nome della narratrice viene pronunciato una volta sola, quasi per caso e impersonalmente, ma il romanzo pullula di nomi di persone e luoghi. Elemento quanto mai appropriato per l’occupazione della protagonista, impiegata in un’organizzazione per la ricerca di persone scomparse. Un vademecum del suo lavoro fa da sottotesto ai suoi pensieri, che vorticosi e vivi si fanno portavoce di un’intimità espressionista, profondamente modificata dalla peculiarità della sua attività di ricerca e ricostruzione. Ma cosa fa di un’insieme di dati un individuo tangibile, di carne, ossa e sentimenti? Quali sono i caratteri attraverso i quali lo identifichiamo tra tanti? “L’identità, secondo il questionario, è chiaramente definita in base a sesso, età, malattia, abbigliamento, testimonianze oculari e incontri casuali. Parlando, tentiamo di mettere a fuoco la persona scomparsa, di tracciarla, di fissarla. È anche possibile che sia vero: l’unicità di una persona, la sua identità?”.

13Un giorno un uomo si presenta nel suo ufficio, portando con sé la storia di una donna scomparsa nell’inferno kosovaro; attraverso la prima persona con cui Anna Kim racconta assistiamo al matrimonio della coppia, accompagnato da un corredo preciso e puntuale di scongiuri, rituali e tradizioni albanesi da rispettare – pena un’infelicità perpetua. Fino al giorno in cui la donna viene sequestrata e l’uomo fa del suo ultimo istante di libertà l’attimo in cui cristallizza la sua vita, un tempio di segnalazioni elemosinate e a brandelli: “D’un tratto credi di essere tu ad essere stato sequestrato dalla vita di Fahrie, che sia stata lei a organizzare il sequestro, la faccenda si capovolge, sensata a suo modo, e la odi perché ti ha fatto scomparire senza chiedere il tuo parere e vorresti vederla ancora una volta, solo una volta, per dirle addio, per dirle che non ti meriti di rimanere scomparso per sette anni”.
Le sedute tra l’uomo e Nora, la narratrice, si fanno più rade, ma gli incontri più frequenti e il fantasma di Fahrie, in in bilico tra la speranza e la rinuncia, è sempre presente tra loro, fin quando l’attesa finisce, lì dove anche la vita ricordata e quella vissuta terminano.
Il Kosovo di Anna Kim è una visione fatta di paesaggi artici, proiezione di un dolore che immobilizza i giorni in un’unica sequenza di sentimenti freddi e inerti. Con una narrazione mai banale (nonostante il rischio dell’argomento), la scrittrice ci racconta una vicenda lontana dalla finzione della letteratura, e piuttosto composta dalla cruda poesia della realtà. Come una seconda pelle, la scrittura si fonde all’idea di un soggetto semplice e ambizioso al contempo, e non c’è mai una sbavatura nel suo stile complesso. E questa storia violenta, raccontata da una voce mai liricamente gratuita, si conclude con l’unica verità di cui si era fatta portatrice: non c’è niente che possa nascere negli anni di ghiaccio, e il presente resta fermo nella forma in cui l’inverno del dolore, alla sprovvista, lo ha colto.

Giudizio: 5/5
Anna Kim, “Gli anni di ghiaccio”, traduzione di Anna Allenbach, pp. 144, €12, Zandonai, 2013

Anna KimAnna Kim è nata nel 1977  in Corea del Sud, trasferendosi poi in Germania all’età di due anni. Ha all’attivo tre romanzi, numerosi racconti e una raccolta di poesie. Con “Gli anni di ghiaccio” ha vinto l’European Prize for Literature 2012 per l’Austria.
Attualmente vive a Vienna.

Kalonymus Shapiro rabbino nel ghetto di Varsavia di Chaterine Chalier

ImmagineNel 1923 rabbi Kalonymus Shapiro, all’età di trentaquattro anni, fondò a Varsavia la più grande casa di studio chassidica dell’epoca, la Yashiva Daas Moshe, proprio quando una forte secolarizzazione aveva modificato pesantemente il comportamento e le aspirazioni della gioventù ebraica. Si ritrovò così a lottare ardentemente per il ritorno a una vita spirituale più feconda; si dedicò completamente allo studio e ai suoi allievi, all’insegna di uno spirito di fratellanza e vivacità religiosa proprio della filosofia chassid. Chaterine Chalier, ebraista e filosofa, ci riporta in questo testo edito da Giuntina non solo la vita del rabbino del ghetto di Varsavia, come riporta il titolo, ma specialmente le sue meditazioni di fronte al momento in cui “Dio ha velato il Suo volto” al popolo d’Israele.
Il rabbi che la studiosa riporta nella lunga nota biografica fu un uomo che non rinunciò alle sue tradizioni anche e nonostante le forti limitazioni naziste: ogni cortile poteva diventare un luogo improvvisato di preghiera, e la Chalier riporta più di un episodio in cui Shapiro celebrò le festività ebraiche a costo della vita. Le sue omelie, celebrate in sinagoga prima e illegalmente poi, vennero trascritte e sotterrate fra le macerie di Varsavia, come successe a gran parte delle memorie che sono giunte fino a noi. Scrive Chaterine Chalier a riguardo: “Coloro che tennero un diario e tutti coloro che scrissero nel ghetto si preoccuparono di nascondere i loro scritti sotto terra, di nasconderli o di farli passare clandestinamente nella parte cristiana di Varsavia, perché i loro diari, le loro poesie e racconti fossero una testimonianza della lunga agonia del popolo dietro quelle mura. Erano dunque tesi oscuratamente ma tenacemente verso un avvenire che, presentivano, avrebbe avuto fretta di girare la pagina del disastro senza leggerla e senza volerla conoscere.
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Ma le cronache che abbiamo a disposizione sono puntuali e quasi iperrealistiche nelle loro descrizioni (tra le ultime pubblicazioni figurano proprio le memorie di Alina Margolis-Edelman): ogni protagonista di quegli anni viene descritto con dovizia, e potremmo risalire con facilità al personaggio trattato. Così non è invece negli scritti di Kalonymus Shapiro, per il quale le categorie mentali non sono profane, “ma unicamente religiose”. Per il rabbi non esistono buoni e cattivi, ma semplicemente coloro che odiano Israele e che operano contro di essa. E proprio le radici e le motivazioni di quell’odio senza freni furono la ricerca a cui dedicò gli ultimi anni della sua vita, prima di venire ucciso nel lager di Trawniki. Così la storia ha senso solo se storia dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo, e il male subito viene interpretato sempre attraverso il filtro di questa unione. Rabbi non fu un consolatore, ma al contrario ravvivò gli spiriti sempre più provati dalla miseria, nella direzione di una ricerca quasi insostenibile: l’interpretazione di quanto stava accadendo senza cadere nella perdita della fede.
Ma quando la persecuzione si accanisce sui corpi e sulle anime in maniera sempre più tirannica e in assoluta impunità, questo “Io” continua a consolare? E cosa può significare una tale consolazione, se esiste ancora, dal momento che si rassegna allo sterminio di massa? Non arriva forse il momento in cui essa sparisce completamente?”, continua ancora la Chalier, che con una penna estremamente intima e misurata interpreta il pensiero di Kalonymus Shapiro. Il rabbi sapeva di trovarsi di fronte a dei nemici che non volevano annientare solo l’uomo, ma la Torà stessa, in quanto “avvilire i corpi dei figli e delle figlie del Re, corpi abbigliati con la tunica delle mitzvot – come dice il chassidismo – e arrivare a trasformare i loro volti in puro terrore, le loro bocche nel grido del torturato e le loro mani in angoscia inconcepibile, è anche accanirsi a distruggere la fede (emunà) di quei figli e di quelle figlie.
Attraverso un percorso di preghiera sempre più tormentato e difficile, piegato dalla brutalità che imperversava nel ghetto, Shapiro si trovò a fronte all’ipotesi più terribile di tutte: quella che Dio avesse nascosto il suo volto. Le omelie riportate nella versione tradotta dall’ebraico, Esh Qodesh e Derekh Melekh, riportano, nella loro ultima parte, proprio l’urgenza di trovare una risposta a questo dubbio, che Chaterine Chalier riassume splendidamente prima di concludere il suo excursus: “Dio non ci salva, constata rabbi Kaonymus Shapiro, la nostra sorte peggiora a ogni istante, ma ci sono ancora i versetti che Egli ci ha affidato, ci sono ancora dei volti che si rivolgono verso di noi chiedendo cosa quei versetti hanno da dirci. Dunque è necessario aggrapparsi fermamente a essi, come a un filo che ci collega all’invisibile, anche se dobbiamo morire.
Giudizio: 4/5
Chaterine Chalier
, “Kalonymus Shapiro rabbino nel ghetto di Varsavia”, traduzione di Vanna Lucattini Vogelmann, 135 pp., €12, Giuntina, 2014.

catherine-chalierChaterne Chalier è professoressa di filosofia all’Université Paris Ouest Nanterre La Défense. Allieva e interprete del pensiero di Lévinas, ha pubblicato per Giuntina diverse opere, tutte meravigliosamente sospese tra narrazione, spiritualità e storia dell’ebraismo.
In catalogo: Le matriarche (2002), Angeli e uomini (2009), Le lettere della creazione (2012).

Melancolia della resistenza di László Krasznahorkai

ImmagineQuello che vi chiedo è di seguirmi in uno spazio sconfinato, dove regnano  l’eternità, la quiete, la pace e il vuoto infinito”: è questo l’invito che Vàluska, descrivendo l’armonia dell’universo, ci rivolge nelle prime, profetiche scene del film Le armonie di Werckmeister, che Béla Tarr ha tratto dal libro più maturo di Krasznahorkai. Pubblicato finalmente da una casa editrice che da tempo ci ha abituati a raffinatezze simili, Melancolia della resistenza è un titolo che la Zandonai sottopone come un’intensa prova fisica al suo pubblico scelto.
Simile a un’apnea linguistica, la storia prende inizio da un piccolo evento senza importanza nella vita di una persona qualsiasi, per poi allargarsi, contaminando la trama di una macchina narrativa straordinariamente perfetta e oliata. Così il convoglio sostitutivo dei “casi eccezionali” che l’accaldata signora Pflaum si accinge a prendere, ci porta in un villaggio dei Carpazi dove tutto, anche i suoi abitanti, lascia intendere un vago sentore di abbandono e irrealtà, in una dimensione sospesa che Tarr ha saputo raffigurare con la lunghezza delle riprese fisse e piene di una lattuginosa nebbia prima, una profonda oscurità poi.

Nella quotidianità monotona del villaggio, un macabro circo porta in mostra il cadavere imbalsamato di una balena: preceduto da una scia di eventi inspiegabili e sinistri, la compagnia di girovaghi sarà seguita da avvenimenti peggiori, che sconvolgeranno per giorni la vita del paese, fino alla costituzione di un nuovo ordine dittatoriale, travestito da un rinnovamento costruito sul sangue e la forza.
Scritto tutto d’un fiato, senza sconti e tregue nei confronti di un lettore preso da una malia vorticosa e terribile, il romanzo è costruito su simboli e presagi e, paradossalmente, la cifra della sua visionarietà è data proprio dallo sfrenato iperrealismo in cui Krasznahorkai fa muovere i suoi personaggi.
Pochi e destinati al fallimento, i suoi eroi combattono con la forza dello stupore e dell’arte la confusione che la balena, simbolo di un potere sommerso e nascosto, sprigiona attorno a loro. Ma la melancolia sta proprio nel loro destino di soccombenti, in una resistenza le cui fondamenta vengono minate punto per punto da un potere diabolico quanto istituzionalizzato. Il romanzo, pubblicato nel 1989, fa così riferimento al passato comunista dell’Ungheria, che si apprestava in quegli anni ad uscire dal Patto di Varsavia, lasciandosi alle spalle le vittime della rivoluzione tentata anni prima.3 krasznahorkai_az_ellenallas_melankoliaja

Potente nel linguaggio e solido nella struttura, Melancolia della resistenza sfida il lettore in una prova che non riguarda solo la vista (anche se l’impegno è notevole, e non c’è nessun ‘a capo’ a cui ci si possa appigliare), ma che investe anche il cuore e il pensiero: seguire le riflessioni musicali del signor Eszter significa inoltrarsi in quel mondo armonico e perfetto con cui Vàluska ci ha accolto all’inizio del romanzo, e che ha venerato con un sentimento puro: “Valuska era rimasto sbalorditivamente uguale  a come era da bambino, il suo destino non era cambiato e i suoi pensieri non si erano sostanzialmente evoluti con il passare del tempo, perché lo stupore – quand’anche durasse il doppia di trentacinque anni – non ha storia”. E occorre scolpire quella visione nel ricordo una volta per tutte prima che l’onda buia dell’apocalisse si chiuda addosso a noi.

Giudizio: 5/5
László Krasznahorkai, Melancolia della resistenza” (ed. originale 1989 – traduzione di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli), pp. 338, €18 , Zandonai, 2013

 

ImmagineLászló Krasznahorkai è nato nel 1954 a Gyula ed è considerato tra i massimi esponenti della letteratura ungherese. Ha esordito nel 1984 con il romanzo Sátántangó, seguito nel 1989 da Az ellenállás melankóliája, acclamato come l’opera più importante della contemporaneità ungherese. Dal 1985 affianca regolarmente il regista Béla Tarr come sceneggiatore, per il quale ha scritto le sceneggiature di Kárhozat (Dannazione, 1988), Sátántangó (1994), Werckmeister harmóniák (Le armonie di Werckmeister, 1997-2001), A Londoni férfi (L’uomo di Londra, 2007), A torinói ló (Il cavallo di Torino, 2011).
Di prossima pubblicazione per I Tipi di Zandonai il romanzo Háború és háború (Guerra e guerra), concepito in parte durante i soggiorni a New York presso Allen Ginsberg.

Una giovinezza nel ghetto di Varsavia di Alina Margolis-Edelman

ImmagineIl cognome che Alina Margolis porta è già una parte stessa del suo destino, e la ricollega al periodo della Polonia tra i più brutali e sensazionali: l’insurrezione del ghetto di Varsavia, promossa e organizzata dai leaders dell’Organizzazione Ebraica di Combattimento. Tra i suoi comandanti figurava proprio Marek Edelman, l’uomo che al termine della ribellione, Alina Margolis trasporterà in barella fuori dal ghetto e poi sposerà. 
Le memorie che l’editrice Giuntina pubblica nel mese dedicato al ricordo della Shoa sono l’esatto complemento dei racconti di Edelman, pubblicati nel marzo 2012 con la cura di Wlodek Goldkorn, Il ghetto di Varsavia lotta. Lì dove Marek era rigido, asciutto e reticente al racconto, la scrittura della Margolis è serena e intensa, di una femminilità leggiadra, cresciuta all’ombra di una civetteria troncata dalla guerra.

Alina Margolis è figlia di una borghesia agiata che non le fa mancare nulla, per l’appunto, neanche l’assenza. I genitori sono una coppia di individui che vanno e vengono dalla sua vita, senza mai restare veramente; la bambinaia Julie è la vera presenza fissa delle sue giornate, che si presentano sempre all’insegna di una birichinata dopo l’altra, segno di una sfrontatezza che non cessa neanche con l’arrivo della guerra. Attraverso la sua memoria ripercorriamo l’atmosfera della Varsavia  ebraica che va incredula e indifferente verso il suo futuro, e che si rimpicciolisce fino a misurare pochi isolati, sempre più saturi. Con l’istituzione e la chiusura del ghetto, molti shtetl nei dintorni della città vengono spopolati e gli abitanti indirizzati tutti verso Varsavia, epicentro di malattie e miseria. La Margolis ci racconta le sue esperienze attraverso la posizione privilegiata di allieva della Scuola Americana per Infermiere; molte volte il dettaglio della mantella della divisa si presenta quasi come dotato di aura propria:
Nelle strade del ghetto, affollate e sporche, plumbee e prive di colore, si vedevano di tanto in tanto gruppi di ragazze dai vestiti rosa, dai grembiuli bianchi con le bretelline, dalle cuffiette bianche. Sembravano petali di fiori rosa, oppure viole alpine. Così chiare e linde nei loro colori pastello sembravano esseri irreali, apparizioni giunte da chissà dove.

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Alina Margolis riesce a passare nella parte ariana grazie a sua madre, ma torna indietro, spinta dall’insensatezza comune di chi voleva condividere la stessa sorte con i propri cari. La seconda fuga sarà quella definitiva e nel suo rifugio presso una famiglia di polacchi antisemiti tutti i protagonisti di quella stagione trovano salvezza per qualche giorno. Così la Margolis raduna attorno a sé una famiglia elettiva fatta di amici, colleghi, sconosciuti da salvare e a nessuno di loro negherà un capitolo delle sue memorie.
Ogni brano ripete un preciso paradigma: Alina Margolis racconta, gioisce di ciò che ha avuto, ci fa percepire la grande bellezza della sua giovinezza, e poi bruscamente, con un rapido climax, dissolve in bruschi finali, che sempre parlano di morti o scomparse, l’ennesimo ricordo. Ma il filo conduttore della sua infanzia è l’incredibile frenesia di una bambina vissuta pericolosamente, senza risparmiarsi, alla rincorsa continua di affetto e amore attorno a sé, di una vita sempre più piena. Come dirà il figlio Aleksandr riguardo i suoi genitori: due vite dedicate a salvare vite altrui.

 

Alina Margolis-Edelman, “Una giovinezza nel ghetto di Varsavia”, a cura di Laura Quercioli Mincer, pp. 218, €14, Giuntina, 2014
Giudizio: 4/5

 

ala1-e1319406227397Alina Margolis è nata a Łódź in Polonia, e ha sposato Marek Edelman, conosciuto durante l’insurrezione del Ghetto di Varsavia nel 1943. Ha completato la scuola infermieristica all’interno del ghetto, e si è poi specializzata in pediatria. Ha vissuto nascosta nella parte ariana di Varsavia per qualche tempo, ma poi ha preso parte alle rivolte del 1944. Le sue memorie sono pubblicate da Giuntina. È morta nel 2008 a Parigi, dove il marito non aveva voluto seguirla, per il suo compito di “guardiano” del cimitero ebraico.

Lo yatagan di Nada Vujadinović

NZO-208x300Lo yatagan è una spada antica: piccola, veloce, quasi sempre estremamentre preziosa, come dimostrano gli esemplari giunti fino a noi. Era spesso indice della nobiltà di chi lo portava, ma frequente era il suo utilizzo decorativo visto che, per la sua bellezza, era più un simbolo che un’arma.
Lo yatagan che riunisce le storie montenegrine di Nada Vujadinović è un gioiello inestimabile. Scrive Milan Jovićević: “Novak Milosev ha ricevuto in dono dalla Russia una sciabola di grande valore con l’impugnatura d’argento e il fodero coperto di velluto azzurro guarnito di criniere d’oro e tempestato di 58 pietre preziose. Sulla lama dello yatagan è sottolineato il coraggio di Novak dal testo: che si batte lo uccido, chi cade lo risparmio”. Novak Milošek è il grado zero da cui la Vujadinović parte per raccontare una storia che ha insieme i tratti dell’epica e della cronaca più quotidiana: guardia del corpo di un parente del principe Nicola I, Novak è un guerriero che incarna i valori più alti della cultura montenegrina. L’inflessibilità del suo orgoglio e la fede per il suo paese lo porteranno alla storica battaglia di Fundine, in cui i turchi vennero messi in fuga; da solo, riportano le cronache, mozzò la testa a diciassette turchi e portò con sé la bandiera raccolta da un compagno morente. Per il valore dimostrato quel giorno, lo zar lo volle a San Pietroburgo, dove  nobili e soldati gli diedero in dono il prezioso yatagan.
I diamanti del fodero vennero in seguito trafugati dallo stesso sovrano di Montenegro, Nicola I; l’arma, come ricostruisce dolorosamente la scrittrice, perderà prima la punta, poi il posto che le era stato assegnato nei vari musei, fino a sparire del tutto, andando forse distrutta insieme ai documenti che l’accompagnavano.

Partendo da un oggetto, Nada Vujadinović ricostruisce così la storia della sua famiglia, italiana e montenegrina insieme, prima nel periodo felice ad Antivari, che nei suoi ricordi ha ‘tutto ciò che un bambino adora: animali, frutti da cogliere sull’albero, e il sole, il sole del Sud. È di fronte a Bari, bagnata dallo stesso mare, che porta a terra gli stessi odori su colline dove maturano olive e fichi dolcissimi” e poi nella via crucis italiana tra la Liguria, la Lombardia e il Veneto. Separata dalla guerra e dai passaporti, la famiglia Vujadinović muta, resiste e reinventa se stessa nell’arco degli anni, per affermare continuamente le proprie radici. In ogni racconto l’autrice declina insieme la pienezza dell’infanzia con la miseria della perdita di ogni beneficio e bontà, e i suoi ricordi sottolineano con ferocia ogni discriminazione patita durante la guerra, dal rifiuto di un bicchiere d’acqua agli scarponcini infangati con cui entrava in classe.
Tuttavia è il sentimento fortissimo di un’appartenenza ombelicale  a fare da base al testo: si preannuncia sempre un ritorno, anche se ogni viaggio al paese natio porta continuamente la Vujadinović a prendere coscienza di un’ulteriore perdita. Così quando a 26 anni si ritrova ad abitare nuovamente il paesaggio delle sue vecchie fotografie, ecco che i volti della sua giovinezza testimoniano la sconfitta del tempo. Sparsi nel mondo i vecchi conoscenti, riconvertita e irriconoscibile la casa in cui abitava, solo la sua vecchia bambinaia è la prova che tutto è esistito, e che ne è ancora possibile raccogliere l’eredità.

Pieno di fotografie e foto dei documenti ufficiali, il libro è l’ennesima dimostrazione della cura editoriale da parte di una casa editrice da anni attiva nel settore; già specializzata nelle sue scelte, Lo yatagan è un blow up ancora più dettagliato del panorama balcanico di cui si occupa la Zandonai. Il Montenegro, ‘prigione di pietra’, viene così raccontato con la grazia antica del bianco e nero e la limpidezza di una scrittura a tratti dolorosa, a tratti irriverente e salda come l’atteggiamento di una bambina nata e cresciuta da montenegrina. Ricorda la Vujadinović: “mio padre portava una divisa, era un pubblico ufficiale, o avrebbe dovuto esserlo, ma per lui la legge era un concetto astratto, solo le persone, con le loro vite più o meno travagliate, erano davvero concrete. Ripensando a tanti episodi della sua vita che mi sono stati raccontati, trovo che si adatti anche a lui la lapidaria descrizione che un conte russo diede dei montenegrini: «Vivono in queste montagne degli uomini slavi, chiamati montenegrini, sono di religione ortodossa, non obbediscono a niente e a nessuno»”.

Nada Vujadinović, “Lo yatagan”, pp. 129, €12,50, Zandonai, 2013
Giudizio: 4/5

Siberiana di Luciana Castellina

castellina_siberiana_cover_hr-209x300Il pretesto è la Fiera del Libro di Mosca che, nel 2011, elegge l’Italia a paese ospite: per l’occasione, Luciana Castellina e nove colleghi intraprendono un viaggio lunghissimo che, dalla capitale, li porterà a sfiorare il confine con la Mongolia e la Cina. Venti giorni di transiberiana per la giornalista che, dopo anni, ritorna in Russia dalla porta di servizio, attraversando città fino a poco tempo fa proibite agli stranieri, per provare a riportare in Italia l’immagine di un paese travolto da una modernità faticosamente rincorsa.
L’atmosfera che regna nei vagoni, come ricorda spesso la Castellina, è quella festosa e cameratistica di una classe in gita: “il treno ha una dimensione domestica, anzi casareccia, non sembra un luogo pubblico. è anche lentissimo, ma il percorso è così lungo che nessuno se ne dà pensiero“.
Effettivamente i chilometri sono più di cinquemila, ma le fermate appena otto: in ogni stazione di arrivo c’è una piccola orchestra che li accoglie, quasi a sostituire il mercatino di frutta e verdura che, anni fa, contadini e babushki improvvisavano per i viaggiatori. Perché, sulla Transiberiana, il vagone ristorante è sempre vuoto di cibo e solo la prima classe ha i comfort che si dovrebbero garantire per un viaggio così lungo. Eppure la Castellina demitizza la ferrovia senza delegittimarla della sua gloria: la durata del viaggio, inoltre, permette alla giornalista di riflettere sulla distanza, all’interno di una dimensione meditativa privilegiata.
Scrive la Castellina che non si può dire di aver visto la Siberia se ci si è giunti in aereo: volare disabitua a pensare alle distanze. è nei viaggi in treno che si acquista la consapevolezza della terra percorsa e i binari su cui la Transiberiana corre sono fatti di nostalgia.

C’è un aneddoto divertente che percorre il diario: tutti quanti hanno promesso di portare a casa un colbacco, una testimonianza fisica e tangibile dell’utopia russa di cui, città dopo città, si ritroveranno a documentarne il tramonto. Ma il gruppo di letterati scava soprattutto nella contemporaneità del paese, raccontandolo attraverso la letteratura, la geografia e la storia.
Interessante l’incontro tra il gruppo e Zachar Prilepin, esponente di spicco del panorama letterario nazionale, pubblicato con successo in Italia da Voland: i suoi personaggi si muovono in una realtà periferica degradante. Dice Prilepin: “la Russia oggi si sente un paese violentato, disgregato in molti pezzi, sente di esser stata venduta per poco“. E si percepisce, soprattutto, “la contraddittoria relazione” che la letteratura post-sovietica ha con l’Occidente, relazione che è un riflesso della storia stessa del paese, combattuto tra il fascino e l’importanza storica della sua politica.
Il journal della Castellina riporta così la sensazione di un cambiamento difettoso, di una traduzione lacunaria; come se, nel passaggio dai piani quinquennali alla nuova economia, non tutti i simboli e i bisogni siano stati aggiornati e ‘trasportati’. La modernità è arrivata, ma a macchia di leopardo e non in profondità, così che spesso il regolare funzionamento della quotidianità si inceppa. Anche la memoria, capiamo dal diario, ha una dinamica particolare in Russia e proprio la Siberia è uno degli argomenti scomodi del ricordo collettivo. Molti sembrano aver rimosso il calvario della katorga, la condanna ai lavori forzati, e l’orrore dell’arcipelago gulag: la regione è ora una doppia “frontiera dello spirito“, inospitale e seducente, che diventa nell’immaginario giovanile un luogo da sfidare e al contempo abbandonare.

Bellissima, infine, la grazia con cui la Castellina racconta la parte conclusiva della transiberiana: città ottocentesche sfilano accanto ad altre modernissime, come in un’istantanea capace di catturare due momenti diversi dell’anima russa, che diventa più orientale man mano che la vicinanza con la Cina aumenta. E alla fine del viaggio resta al gruppo di dieci amici la stessa febbre che la Castellina ci trasmette con le sue parole: quel ‘mal di Russia’ che è fatto di contraddizioni, illusioni e attese.

Luciana Castellina, “Siberiana”, pp.184, 13,50 euro, Nottetempo, 2012
Giudizio: 4/5

Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov

indexFisica della malinconia appare tredici anni dopo Romanzo naturale, l’ultimo romanzo di Georgi Gospodinov, e pone sin dal titolo il problema sottile della traduzione. Già Nabokov aveva specificato che le lingue occidentali rendono malamente e in maniera sgraziata le sfumature della malinconia slava, come nel caso della parola russa “toska”, più simile al desiderio intenso di qualcosa che non esiste, a un languore vago, spesso senza causa. Similmente la parola “tăgà” sembra impossibile da rendere fuori dalla Bulgaria; dice Gospodinov: “prossime per significato sono parole come “tormento” e “malinconia”, ma non si tratta proprio della stessa cosa. È la sensazione incombente di irrealizzabilità, di qualcosa di mancato per sempre e non verificatosi. La parola ha una pronuncia gutturale, come se dovessi inghiottire qualcosa: tă-gà… Il suo stato fisico è la liquidità”. E proprio liquida si pensava fosse, anticamente, la melancolia – una bile nera e fredda che nella sua fisica Gospodinov trasforma in gassosa, con un colore e un odore variabile, a seconda della persona che suscita, o per cui si prova, la tăgà. Di questo sentimento imprecisato e nostalgico è intriso tutto il romanzo, pubblicato da Voland nella collana Sìrin, dedicata completamente agli autori slavi.

Gli inizi sono tanti, almeno quanti i personaggi in cui il protagonista, un bambino ammalato di empatia, si immedesima: “mi ricordo di essere nato come rovo di rosa canina, pernice, ginko biloba, lumaca, nuvola di giugno (il ricordo è assai breve)…”. Non ha scampo dalla peculiarietà della sua patologia che lo porta a vivere continuamente le vite degli altri: così inizia una vagabondaggio  all’interno di un ricordo preciso, cardine e immagine costante del libro. Scivolato nella memoria del nonno, il protagonista giunge a una lontana sera d’estate, e all’incontro con un minotauro bambino. L’impressione che ne riceve è annichilente, tanto da privarlo della parola; la paura che la vista del gracile minotauro malinconico ha suscitato si riflette nel muggito pietoso che, per mesi,  esce dalla bocca del progenitore. Eppure nell’immagine non c’è nessuna bestialità: al contrario, è proprio la profonda umanità del bambino minotauro a spaventarlo, insieme alla chiara sensazione di abbandono che il nonno del protagonista riconosce come propria.

Gospodinov può così raccontare una tipica infanzia degli anni settanta, “con quella precoce e innata sensazione di 13142142abbandono”  che ha caratterizzato tutti i bambini dell’epoca, lasciati spesso a trascorrere intere giornate in solitudine a causa del lavoro dei genitori. Come minotauri abbandonati negli scantinati di enormi condomini, i ragazzi di quegli anni sono il simbolo di un’infanzia socialista, fatta di oggetti che Gospodinov ha inventariato con l’ossessione del collezionista. Già nel 2006 aveva raccontato in Io ho vissuto il socialismo la memoria storica del periodo, approfondendo un tema trattato precedentemente nei suoi racconti. Proprio la condivisibilità di questi elenchi e la scarsa localizzazione geografica ha portato a un vasto apprezzamento delle sue opere, in quanto i suoi richiami a una “memoria emotiva” del paese di origine non si limitano mai a riguardare solo la Bulgaria, ma investono i ricordi propri di ogni persona che abbia vissuto negli stessi anni della sua generazione. E questa memoria condivisa fatta di piccoli oggetti da niente, caramelle, certi frutti in corrispondenza a determinati periodi dell’anno ha reso i suoi libri il simbolo di una nuova intelligencija bulgara, più leggera e spensierata perché libera dal peso della propria nostalghia.
Gospodinov, inoltre, ha dalla sua la freschezza di una scrittura originale e raffinata, resa al meglio dalla traduzione elegante di Giuseppe Dell’Agata: molti sono i momenti dolci e malinconici in cui il lettore può apprezzare la sensibilità dell’autore che, come dice il traduttore nella postfazione, è sempre alla ricerca di se stesso, di un completezza che sembra avere solo l’infanzia, all’insegna di quanto si proponeva Bruno Schulz con Le botteghe color cannella: “il mio ideale è maturare verso l’infanzia. Questa sarebbe l’autentica maturità”.

Fisica della malinconia viene a essere, così, una tappa fondamentale  nel percorso di Georgi Gospodinov: analisi approfondita dei suoi temi fondamentali ma anche sintesi di uno  pseudo-postmodernismo che l’autore stesso definisce “dal volto umano”, perché scherzoso e autoironico. Gospodinov prende in prestito dal postmodernismo la sua mescolanza, per lasciare da parte i virtuosismi artificiosi e i giochi sterili, portando avanti i suoi campi di interesse, tanto ingenui quanto genuini: “la nostalgia, le storie piene di calore e l’infanzia”.
Contemporaneamente il romanzo si propone come un’originale rilettura del mito del Minotauro, all’interno di un’epoca che non è più quella degli eroi, ma che non per questo deve rinunciare alla sua dimensione epica. Dice Giorgio Celli nei suoi Prolegomeni all’uccisione del Minotauro: “ricostruire la leggibilità di un mito significa negare quella totalità mistificante che ci nasconde la lontananza insondabile del mondo; significa, al contempo, costruire una più comprensiva mistificazione del reale. Questa è, forse, la disperazione della letteratura: dover distruggere la chance magica della parola ritrovandola alla fine della propria nuova parabola”.


Georgi Gospodinov, “Fisica della malinconia”
, a cura di Giuseppe Dell’Agata, pp.335, €15, Voland, 2013
Giudizio: 5/5

GGospodinov_bigGeorgi Gospodinov è nato a Yambol nel 1968 e attualmente è tra gli scrittori più acclamati in Bulgaria. Poeta, sceneggiatore e romanziere di successo, unisce al lirismo della sua scrittura una vena umoristica e scanzonata. In Italia è pubblicato dalla casa editrice Voland.
Altri titoli in catalogo: Romanzo naturale (2007), …e altre storie (2008)

Storia della bambina che volle fermare il tempo di Jenny Erpenbeck

Storiadellabambinasito-e1374228010121Con questo racconto, che bene si collocherebbe in una raccolta di Angela Carter, Jenny Erpenbeck ha creato una protagonista che somiglia a una precisa performance di Marina Abramović. In Rhythm 0 la Abramović si presentò al pubblico completamente passiva e aperta a ogni azione che i presenti avrebbero deciso di intentare verso la sua persona. Per le prime tre ore gli approcci furono curiosi, anche un po’ timidi; per le tre successive invece la Abramović fu vessata, colpita e ferita con tutti gli oggetti messi a disposizione, da una lametta a una rosa, senza reagire minimamente a quanto le succedeva attorno. In Storia della bambina che volle fermare il tempo la Erpenbeck costruisce una situazione simile, offrendoci allo stesso modo e con la stessa responsabilità una ragazzina senza parole e reazioni.

Anche l’ambientazione di questa fiaba distorta è funzionale al racconto: mentre gli altri fanno di tutto per evadere da uno spazio recintato, lei è riuscita ad introdurvisi, “in un orfanotrofio per l’appunto, ed è assai improbabile che a qualcuno venga l’idea di farla di nuovo uscire dal portone e rispedirla nel mondo”. Ritrovata dalla polizia mentre vagabondava in una strada con un secchiello in mano, la bambina viene portata in un istituto e lasciata al suo destino di orfana. I suoi compagni sono dapprima indifferenti, poi crudeli, e lei sembra rivolgere ogni sforzo nel passare inosservata. “Già il primo giorno, quando un bambino la spinge, lei reagisce con qualche singhiozzo, ma la cosa non le dispiace più di tanto. Infatti, che un bambino l’abbia spinta per farla cadere nel fango, e che l’abbia spinta così forte da farla singhiozzare, desta nella ragazzina la speranza di poter occupare uno degli ultimi posti nella gerarchia interna alla scuola,  se possibile addirittura l’ultimo, e l’ultimo posto, il più basso, è sempre il più sicuro, ovvero quello di cui si potrà sempre essere all’altezza”.
La trama procede senza sobbalzi verso un epilogo inaspettato, complesso da sciogliere, e forse troppo veloce; già nelle prime pagine del racconto la Erpenbeck aveva sparso degli indizi più utili a una rilettura che a un primo approccio. Si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte a una macchina narrativa egoista, volutamente incompleta, come se la scrittrice non avesse voluto  definire il racconto, preferendo una forma più fedele a come deve averlo immaginato. La bambina alt, vecchia, è una ragazzina spropositata per la sua età, con un corpo preoccupante, refrattaria all’apprendimento e ai legami, ma con una spaventosa abilità nell’umiliarsi, e con un presentimento di maturità nei gesti a volte adulti.
C’è nel suo comportamento qualcosa che ha a che fare con il piacere e la sicurezza di occupare il posto più infimo, di essere ultima tra gli ultimi, trasparente proprio là dove ogni forza e debolezza hanno suoni più forti. Le aspettative sono nulle, il desiderio dell’anonimato più totale traborda dalla bambina, influenzandone le relazioni, orchestrandone le giornate, in modo che ogni azione passi sistematicamente inosservata. u3800
È la mole stessa del suo corpo a proteggerla: in lei il tempo della vita si è fermato, come il tempo delle emozioni,  e il pianto e la felicità non lasciano tracce sul suo viso sproporzionato.
Nel corso del racconto la ragazzina trascorre sempre più spesso le sue giornate in infermeria, poi in ospedale, fino ad approdare a una stanza singola e protetta dagli sguardi altrui, mentre il suo corpo perde peso e rivela i lineamenti di una giovane donna prima, e di una vecchia poi. Come in una fiaba distorta l’incantesimo viene infranto dai meccanismi della burocrazia e della scienza: “il suo imbroglio è stato smascherato, il suo tentativo di fermare il tempo è fallito” e alla fine della storia la Erpenbeck ci riconsegna un corpo paralizzato e spento in un lettino. “La ragazzina, che adesso non è più una ragazzina, si è tolta la maschera, la propria pelle, e sotto gli occhi di tutti ha messo fine a quella carnevalata, quasi che la sua infanzia fosse stata solo uno scherzo, quasi che le fosse stato concesso di andare a spasso nel tempo come in un giardino, e in questo comportamento c’è qualcosa di urtante, qualcosa di arrogante, una maniera per disprezzare il corso del tempo, per mettere alla prova Dio”.

Durante la performance Rhythm O, attorno alla Abramović, si crearono  un gruppo di protezione e uno di attacco; la Erpenbeck, con questo racconto disturbante, pone al pubblico la stessa, difficile domanda: quale posizione occupare di fronte alla passività?

Jenny Erpenbeck, “Storia della bambina che volle fermare il tempo” (ed. or. 1999 – trad.  Ada Vigliani), pp.91, 8 € , Zandonai, 2013
Giudizio: 3/5

 

Jenny_ErpenbeckJenny Erpenbeck è nata nel 1967 a Berlino Est. La sua carriera di scrittrice si è aperta nel 1999 con la novella Geschichte vom alten Kind (Storia della bambina che volle fermare il tempo, 2013), pubblicata in Italia da Zandonai. Caratterizzata da una forza vibrante e onirica, la narrativa della Erpenbeck è considerata tra le migliori della letteratura tedesca contemporanea.
Altri titoli in catalogo: Di passaggio (2011)

Morte di un autore di Marija Elifërova

ImmagineMarija Elifërova è tra le autrici russe più occidentali del catalogo Voland: giovane professoressa di letteratura dell’Università Statale Russa, ha manifestato sin da giovanissima un’attenzione appassionata per la cultura inglese. Il suo primo romanzo, (Smert’ avtora – Morte di un autore, ma anche  dell’autore, come fa giustamente notare Valentina Parisi) è un riflesso limpidissimo di questa anglofilia, sviluppatasi poi in un impegno accademico a tempo pieno. Anche le sue ricerche nel campo delle letterature comparate trovano spazio nel romanzo, una sorta di bizzarro esperimento in cui storia e critica letteraria provano a coniugarsi. Già il titolo ci fornisce un forte indizio di metaletterarietà: un autore che parli di un altro scrittore (fittizio per giunta, quindi un prodotto anch’esso della letteratura) apre sempre le porte a un gioco di specchi letterari.
In una Londra ancora palesemente vittoriana e famelica di scandali,  attraverso la modesta voce della redattrice dietro cui la Elifërova si nasconde, viene ricostruita la cronaca di un presunto delitto. Alistair Mopper, scrittore di fama, è circondato nuovamente da un’aurea di successo, legata all’uscita del suo ultimo romanzo, “Il Boiardo Miroslav”, il racconto della vita avventurosa di un voivoda decaduto. Attraverso estratti, articoli di giornale, testimonianze tra le più varie e molto più spesso resoconti diaristici, si delineano le tre figure più importanti del romanzo: l’emaciato autore di cui conosciamo già il destino, il personaggio a cui si è ispirato per la creatura del suo romanzo, e un pubblico avido di storie e poco incline a credere a una realtà che non sia di suo gradimento. “Morte di un autore” è infatti una riflessione sulla letteratura mascherata da modesto romanzo gotico, che con l’aiuto di una scrittura semplice e senza pretese pone il lettore davanti alla questione fondamentale del rapporto tra realtà e finzione.

Troppo grande è infatti l’importanza della divisione tra vita e letteratura, e il romanzo in questione non pretende di index1affrontarla, ma semplicemente di raccontarla attraverso un esempio garbato e a suo modo avvincente, utilizzando la figura ammaliante e mai caricaturale di un vampiro bohémien. Simile a un definitivo eroe byroniano, il vampiro Miroslav si rivela un personaggio fatto di estremità aguzze, e di doti altissime e infime al contempo: il suo carattere è quello di un grande di altri tempi, ma la sua umanità è straziante e moderna. La misoginia sferzante, unita a un orgoglio smisurato rende Miroslav un personaggio lontano e vicino, che ci repelle e attrae insieme, come in un gioco mortale tra preda e predatore.
Trovo che l’intelligenza di un romanzo tuttavia così modesto, stia proprio nella riflessione sul rapporto tra pubblico, autore e prodotto editoriale. Alla fine della vicenda si lascia intendere che l’autore, Alistair Mopper, possa esser stato ucciso dalla sua stessa creatura, Miroslav: “Le muse sono morte, sono rimasti soltanto l’autore e il personaggio, così spietato da prosciugare le energie vitali del suo creatore, amico e assassino…”.
Ma nella vita di uno scrittore anche il pubblico sa, a volte, comportarsi come il più crudele dei vampiri, manovrando e dissanguando lentamente il proprio idolo senza alcuna pietà.

Marija Elifërova, “Morte di un autore”, traduzione di Massimo Pianta, pp. 240, €15, Voland, 2013
Giudizio: 3/5

 

shk1-11Marija Elifërova è nata nel 1980 nell’oblast’ di Orenburg, è attualmente vive a Mosca. Precoce traduttrice dall’inglese e appassionata anglofila, la Elifërova ha saputo sfruttare i numerosi viaggi londinesi incanalando la sua esperienza nel suo primo romanzo, Morte di un autore.