Le botteghe color cannella di Bruno Schulz

indexHo un ricordo molto chiaro della mia prima rinuncia: era estate ed era sera e c’era una festa in paese, qualcosa di sorridente, raccolto e corale come solo le piccole feste sanno essere. Non è presente mio fratello e questo fa precipitare la mia età fino ai cinque, quattro anni o forse meno – i protagonisti di questo amarcord domestico sono altri, e sono tre: un momento di distrazione (io che lascio la mano di mia madre, tutta intenta a guardare i fuochi d’artificio), una bancarella su una strada in salita e un caleidoscopio. Di questo oggetto del quale non sarei riuscita nemmeno a pronunciare il nome, ricordo perfettamente le dimensioni, la carta di cui era fasciato, l’averlo percepito così sottile e solido e in qualche modo cavo e pieno. Era in una cesta di vimini a forma di cilindro e costava seimila lire. Mentre tutti gli altri erano color ruggine, questo era tutto giallo e dorato, quasi opaco, cosparso di venature rosse e puntini neri (puntini minuscoli, della stessa dimensione delle stelle più lontane nelle mappe stellari). Avendomi notato, il proprietario del banco mi fece il gesto di portarmelo agli occhi: ricordo di aver chiuso con una mano l’occhio sinistro e aver appoggiato il destro al vetro del caleidoscopio. E fu così che mi ritrovarono poi i miei – la mano sul viso, la fronte distesa, la bocca aperta in una piccola o e quello strano cannocchiale puntato verso di loro e non verso la strada o verso il cielo, ma verso i loro cuori (tant’è che a lungo sosterrò di aver visto di cosa erano fatti – luce). A pensarci bene, l’interno della bacchetta aveva gli stessi colori dell’esterno, ma amplificati, più vividi, brillanti, luminosi e dorati, mobili, che si allontanavano nella profondità della lente e si riavvicinavano quando la ruotavo e che mai si scomponevano, divisi da angoli o linee rette, ma restavano sempre loro stessi e più l’occhio si abituava, più scorgevo nuovi frammenti di luci, come un pulviscolo brillante che, depositandosi, sollevava una sabbia più fina e sottile, ancora più volatile e inconsistente. Quando abbassai quello strano tubo colorato, non feci storie. Lo posai nel suo cesto e andai incontro a mia madre. Quando mi chiesero se lo volessi o meno, la mia risposta fu abbastanza rapida: no. Lo lasciai lì.

Leggere Le botteghe color cannella, tenere in mano questa edizione dalla copertina così strana al tatto e alla vista, ricoperta disklepy-cynamonowe-sklepy-cynamonowe1 un colore che sembra quello del miele scuro o dei petali di alcuni fiori ormai secchi, ha avuto lo stesso effetto di quella visione che non ho mai condiviso con nessuno e di cui, per scelta, mi sono privata. È stato come riconciliarsi – con quell’immagine dorata di bellezza, prima che con la scrittura o la letteratura. Mi è sembrato di riguardare in quel caleidoscopio e di riappropriarmi di quel mondo d’ambra ricco di piccoli insetti cristallizzati al suo interno: mille figure, mille stanze, centinaia di pagine lette come un cadere dentro una narrazione che non necessita di trama, perché non c’è bisogno di dare uno scheletro ad una cosa così fragile e fluida quale è il ricordo di un’infanzia che si fa presto a dimenticare. Cataluccio conclude bene la sua introduzione decidendo di riportare le parole stesse dell’autore. Diceva Schulz: « Mi sembra che il genere d’arte che mi stia a cuore, sia proprio una regressione, sia un’infanzia reintegrata. Se fosse possibile riportare indietro lo sviluppo, raggiungere di nuovo l’infanzia attraverso una strada tortuosa – possederla ancora una volta, piena e illimitata – sarebbe l’avveramento dell’ “epoca geniale”, dei “tempi messianici”, che ci sono stati promessi e giurati da tutte le mitologie. Il mio ideale è “maturare” verso l’infanzia. Questa sarebbe l’autentica maturità».

Giudizio: 5/5
Bruno Schulz, “Le botteghe color cannella”, pp. 530, €24, 1991, Einaudi,

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