Il bottone di Puškin di Serena Vitale

bbb269b31130e71435b7f7c4e88d2330_w190_h_mw_mhLa polonaise (in italiano polacca) è una danza in tempo moderato e ritmo di 3/4, caratterizzata dall’andamento maestoso e dal ritmo puntato dell’incipit.

La prima impressione che si ha iniziando il capolavoro di ricerca certosina di Serena Vitale, lasciati alle spalle l’indice, la dedica, le epigrafi e l’avvertenza al lettore, è quella di ritrovarsi all’improvviso in una tormenta di notizie: in una frenesia di dispacci, nomi che ancora non conosciamo si accavallano, si ripetono, si sfidano, si abbandonano. Cogliamo, nei toni dei vari ambasciatori, qui una nota di accusa, qui una di biasimo, qui una di rimpianto. “Il signor Alexandre Pouschkin è morto all’età di 37 anni.” La Russia ha perso il suo poeta. C’è un qualcosa che assomiglia all’incredulità di una tragedia annunciata, di un gioco che si è prolungato oltre il lecito.

La seconda impressione che ci investe alla lettura, è quella di una pausa tra un ballo ed un altro: siamo accanto ad una donna molto bella – siamo arrivati in ritardo, la vediamo piegata “sotto il peso della sua stessa bellezza”, ci occorre un attimo per sapere chi è, e ci basta vederla danzare. Natal’ja Nikolaevna Gončarova si porta addosso, impigliato tra i merletti del suo abito, uno sguardo che incrina lo slancio del suo passo. E mentre la musica ricomincia, monta, si alza, riempie le sale e le vene, un’ombra (che in realtà è brace, qualcosa di africano, una sorta di febbre moresca) si chiude attorno a lei con l’inquietudine di una premonizione. C’è un avvertimento che la donna non coglie, ma che invece scompone e dissolve con un gesto luminoso del capo verso un certo Georges D’Anthès, chevalier garde, biondo e bianco nella sua uniforme di gala. Con un ballo Natal’ja ha salutato un destino non suo.

L’ultima impressione che si prova a qualche pagina dalla fine è simile ad un ronzio sordo di una musica che va scemando – in parte perché lontani sono i padiglioni dorati, i balli, e le primavere inattese, in parte perché la neve ovatta i suoni oltre che otturare le pistole – e che viene zittita da parole, lettere e poi lutti e processi. L’immagine con cui la polonaise si chiude, è il movimento perfetto di un direttore d’orchestra. È un gesto d’addio.

 

Giudizio: 5/5
Serena Vitale, “Il bottone di Puškin”, pp. 487, Adelphi, €13, 1995

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