Le botteghe color cannella di Bruno Schulz

indexHo un ricordo molto chiaro della mia prima rinuncia: era estate ed era sera e c’era una festa in paese, qualcosa di sorridente, raccolto e corale come solo le piccole feste sanno essere. Non è presente mio fratello e questo fa precipitare la mia età fino ai cinque, quattro anni o forse meno – i protagonisti di questo amarcord domestico sono altri, e sono tre: un momento di distrazione (io che lascio la mano di mia madre, tutta intenta a guardare i fuochi d’artificio), una bancarella su una strada in salita e un caleidoscopio. Di questo oggetto del quale non sarei riuscita nemmeno a pronunciare il nome, ricordo perfettamente le dimensioni, la carta di cui era fasciato, l’averlo percepito così sottile e solido e in qualche modo cavo e pieno. Era in una cesta di vimini a forma di cilindro e costava seimila lire. Mentre tutti gli altri erano color ruggine, questo era tutto giallo e dorato, quasi opaco, cosparso di venature rosse e puntini neri (puntini minuscoli, della stessa dimensione delle stelle più lontane nelle mappe stellari). Avendomi notato, il proprietario del banco mi fece il gesto di portarmelo agli occhi: ricordo di aver chiuso con una mano l’occhio sinistro e aver appoggiato il destro al vetro del caleidoscopio. E fu così che mi ritrovarono poi i miei – la mano sul viso, la fronte distesa, la bocca aperta in una piccola o e quello strano cannocchiale puntato verso di loro e non verso la strada o verso il cielo, ma verso i loro cuori (tant’è che a lungo sosterrò di aver visto di cosa erano fatti – luce). A pensarci bene, l’interno della bacchetta aveva gli stessi colori dell’esterno, ma amplificati, più vividi, brillanti, luminosi e dorati, mobili, che si allontanavano nella profondità della lente e si riavvicinavano quando la ruotavo e che mai si scomponevano, divisi da angoli o linee rette, ma restavano sempre loro stessi e più l’occhio si abituava, più scorgevo nuovi frammenti di luci, come un pulviscolo brillante che, depositandosi, sollevava una sabbia più fina e sottile, ancora più volatile e inconsistente. Quando abbassai quello strano tubo colorato, non feci storie. Lo posai nel suo cesto e andai incontro a mia madre. Quando mi chiesero se lo volessi o meno, la mia risposta fu abbastanza rapida: no. Lo lasciai lì.

Leggere Le botteghe color cannella, tenere in mano questa edizione dalla copertina così strana al tatto e alla vista, ricoperta disklepy-cynamonowe-sklepy-cynamonowe1 un colore che sembra quello del miele scuro o dei petali di alcuni fiori ormai secchi, ha avuto lo stesso effetto di quella visione che non ho mai condiviso con nessuno e di cui, per scelta, mi sono privata. È stato come riconciliarsi – con quell’immagine dorata di bellezza, prima che con la scrittura o la letteratura. Mi è sembrato di riguardare in quel caleidoscopio e di riappropriarmi di quel mondo d’ambra ricco di piccoli insetti cristallizzati al suo interno: mille figure, mille stanze, centinaia di pagine lette come un cadere dentro una narrazione che non necessita di trama, perché non c’è bisogno di dare uno scheletro ad una cosa così fragile e fluida quale è il ricordo di un’infanzia che si fa presto a dimenticare. Cataluccio conclude bene la sua introduzione decidendo di riportare le parole stesse dell’autore. Diceva Schulz: « Mi sembra che il genere d’arte che mi stia a cuore, sia proprio una regressione, sia un’infanzia reintegrata. Se fosse possibile riportare indietro lo sviluppo, raggiungere di nuovo l’infanzia attraverso una strada tortuosa – possederla ancora una volta, piena e illimitata – sarebbe l’avveramento dell’ “epoca geniale”, dei “tempi messianici”, che ci sono stati promessi e giurati da tutte le mitologie. Il mio ideale è “maturare” verso l’infanzia. Questa sarebbe l’autentica maturità».

Giudizio: 5/5
Bruno Schulz, “Le botteghe color cannella”, pp. 530, €24, 1991, Einaudi,

La lettura – Kaštanka di Anton Čechov

coverLandolfi e Čechov dialogano attraverso la traduzione di due racconti, entrambi appartenenti alla prima produzione dello scrittore russo (rispettivamente 1884 e 1887).
Comici e commoventi, puliti e squisitamente realistici, i personaggi di Čechov vengono reinterpretati da Landolfi, in un sottile gioco artistico di equilibri e corrispondenze.

Scrive Giovanni Maccari, nell’ottima postfazione:
“In questo senso allora Čechov potrà rappresentare, agli occhi di Landolfi e non soltanto ai suoi, qualcosa come una possibilità di vivere, anche una possibilità di fare lo scrittore. Čechov è stato attivo in un momento e dentro una letteratura estremamente ricca di grandi figure, di cambiamenti e di passioni politiche e letterarie, ma nessuno ha aspirato con la medesima franchezza alla semplice condizione dello scrittore. Che poi è quella di essere libero, sia dalle ideologie, dai pregiudizi e dalle costrizioni, sia dalla stretta della miseria e della solitudine.”

Anton  Čechov, “La lettura – Kaštanka”, 72 pp., Adelphi, € 6, 2012,

TRINlM

Scompartimento n.6 di Rosa Liksom

Scompartimento n.6Russia follia poesia” scriveva il linguista Roman Jakobson nella raccolta di saggi omonima, legando insieme due caratteristiche peculiari di un territorio che sembra essere troppo vasto per essere raccontato così semplicemente. E Rosa Liksom, finlandese e russofila, ripropone questo trinomio con un romanzo ricco di echi letterari. 
Scompartimento n.6 è un libro che ha a che fare con un racconto famosissimo di Anton Čechov e uno, meno famoso ma altrettanto potente, di Valerij Tarsis: rispettivamente Reparto n.6 e Corsia 7 (due sinonimi di uno stesso vocabolo russo, “palata”). Entrambi i racconti sono ambientati in un manicomio, dove il rapporto tra paziente e medico viene indagato scrupolosamente. Così il  richiamo al tema della follia è esplicito sin dal titolo, ma la storia che ci viene raccontata è avara di dettagli, e svela lentamente la sua trama, rispettando gli stessi tempi di un viaggio lunghissimo.
I protagonisti del romanzo sono essenzialmente un uomo e una ragazza, russo lui e finlandese lei, costretti a condividere uno scompartimento sul treno della Transiberiana, che da Mosca li porterà a Ulan Bator, in Mongolia. La convivenza ha alti e bassi: il viaggio è estenuante, le condizioni difficili, il russo si nutre di vodka, cerca di possederla più volte con la forza, e il suo linguaggio è insistente e scurrile. La ragazza invece è assente e silenziosa, persa in una promessa fatta al fantasma di un ragazzo con cui, 12750109una volta, aveva condiviso tutto. L’ombra di questo personaggio è forse l’elemento più affascinante di questo malinconico Iperborea; la sua vicenda scorre come un fiume sotterraneo, e riappare nella storia proprio dove non avremmo immaginato. Impazzito per salvarsi dalla pazzia della guerra, la sua sorte è il risultato di un esperimento che Čechov aveva inconsciamente teorizzato con il suo racconto. Ha detto lo scrittore Nikolaj Leskov a proposito che “il Reparto n.6 è la Russia”, un mondo che induce irrimediabilmente alla pazzia.
Ed è esattamente quel mondo che i nostri due protagonisti attraversano, fatto di città sventrate, boschi distrutti, capanne sfondate da una neve opprimente e inarrestabile: un universo che non sembra avere un centro ma solo una periferia infinita e degradata. Ma proprio lo stretto contatto dello squallore con la bellezza severa della natura siberiana genera un equilibrio ipnotico in questo libro così duro e nostalgico al contempo; c’è, nella costanza del paesaggio che sfila di fronte al finestrino dello scompartimento n.6, un effetto calmante e quasi la promessa di una riconciliazione per chi ha amato e, per colpa della storia, è stato abbandonato.

 

Giudizio: 4/5
Rosa Liksom, “Scompartimento n.6”, traduzione di Delfina Sessa, pp. 240, €15, Iperborea, 2014

 

2543317_520_292Rosa Liksom, pseudonimo di Anni Ylävaara, è nata a Ylitornio nel 1957. Ha studiato antropologia e scienze sociali a Copenhagen, Mosca e Helsinki. Scompartimento n.6 ha vinto il Finlandia Prize nel 2011 ed è attualmente nella cinquina finalista della prima edizione del Premio Strega Europeo.

Il bottone di Puškin di Serena Vitale

bbb269b31130e71435b7f7c4e88d2330_w190_h_mw_mhLa polonaise (in italiano polacca) è una danza in tempo moderato e ritmo di 3/4, caratterizzata dall’andamento maestoso e dal ritmo puntato dell’incipit.

La prima impressione che si ha iniziando il capolavoro di ricerca certosina di Serena Vitale, lasciati alle spalle l’indice, la dedica, le epigrafi e l’avvertenza al lettore, è quella di ritrovarsi all’improvviso in una tormenta di notizie: in una frenesia di dispacci, nomi che ancora non conosciamo si accavallano, si ripetono, si sfidano, si abbandonano. Cogliamo, nei toni dei vari ambasciatori, qui una nota di accusa, qui una di biasimo, qui una di rimpianto. “Il signor Alexandre Pouschkin è morto all’età di 37 anni.” La Russia ha perso il suo poeta. C’è un qualcosa che assomiglia all’incredulità di una tragedia annunciata, di un gioco che si è prolungato oltre il lecito.

La seconda impressione che ci investe alla lettura, è quella di una pausa tra un ballo ed un altro: siamo accanto ad una donna molto bella – siamo arrivati in ritardo, la vediamo piegata “sotto il peso della sua stessa bellezza”, ci occorre un attimo per sapere chi è, e ci basta vederla danzare. Natal’ja Nikolaevna Gončarova si porta addosso, impigliato tra i merletti del suo abito, uno sguardo che incrina lo slancio del suo passo. E mentre la musica ricomincia, monta, si alza, riempie le sale e le vene, un’ombra (che in realtà è brace, qualcosa di africano, una sorta di febbre moresca) si chiude attorno a lei con l’inquietudine di una premonizione. C’è un avvertimento che la donna non coglie, ma che invece scompone e dissolve con un gesto luminoso del capo verso un certo Georges D’Anthès, chevalier garde, biondo e bianco nella sua uniforme di gala. Con un ballo Natal’ja ha salutato un destino non suo.

L’ultima impressione che si prova a qualche pagina dalla fine è simile ad un ronzio sordo di una musica che va scemando – in parte perché lontani sono i padiglioni dorati, i balli, e le primavere inattese, in parte perché la neve ovatta i suoni oltre che otturare le pistole – e che viene zittita da parole, lettere e poi lutti e processi. L’immagine con cui la polonaise si chiude, è il movimento perfetto di un direttore d’orchestra. È un gesto d’addio.

 

Giudizio: 5/5
Serena Vitale, “Il bottone di Puškin”, pp. 487, Adelphi, €13, 1995

Trattato poetico di Czesław Miłosz

Czesław Miłosz, Trattato poeticoÈ il 1950 quando Czesław Miłosz viene trasferito dall’ambasciata polacca di Washington a quella di Parigi. Ha alle spalle un breve soggiorno in Polonia durante il quale, insieme ad altri intellettuali polacchi, ha accettato la nuova realtà politica del paese. Tuttavia, la consapevolezza dell’incompatibilità tra le sue idee politiche e lo stalinismo istituito in patria lo porterà, appena un anno più tardi, a chiedere asilo politico alla Francia.

Il Trattato poetico appartiene proprio agli anni francesi dell’autore. Scritto tra il 1955 e il 1956, è una tappa fondamentale nel percorso poetico e umano di Miłosz: composto da un poema diviso in quattro parti e da un commento corposo e accurato, racconta le vicende del novecento polacco senza tralasciare il minimo aspetto. Coprendo un arco di tempo che va da 1900 al 1949 (e quindi dai ‘bei tempi’ anteguerra all’emigrazione del poeta negli USA) riepiloga con scioltezza gli avvenimenti nazionali più significativi. La descrizione dei giovani intellettuali polacchi, della moda e dei caffè si accompagna così a riferimenti storici accuratissimi e perfetti; alla critica letteraria, alla riflessione storiosofica e, in particolar modo, al problema (sempre profondamente sentito da Miłosz) della lingua in rapporto all’impegno civile del poeta.
È la glossa che accompagna il testo (impensabile, per l’appunto, senza il suo commento) a espandere le frasi lievi della ballata storica: Miłosz, curatore e poeta insieme, spiega passo dopo passo i motivi che lo hanno spinto a comporre il Trattato. Pare dunque essere la stessa memoria polacca a guidare la mano dell’autore che, con lo scarno ornamento della necessità, tratteggia l’immagine di una nazione deformata dalla storia. Il poema, infatti, riflette come uno specchio magico le vicende di una terra in cui il Novecento si è manifestato nelle sembianze più tragiche.
Dalla ‘piccola Cracovia, come un uomo dipinto’ a Varsavia, ‘città estranea su una piana sabbiosa’, i toni della poesia cambiano. Si fanno più malinconici e raccolti, ricchi di un peso che si fa man mano più grave: “eh no, lettore, non abiti una rosa / questo paese ha suoi pianeti e fiumi / ma è fragile come il lembo del mattino. / Lo ricreiamo noi giorno per giorno / stimando più ciò che è reale / di ciò che è irrigidito in nome e suono. / Al mondo lo strappiamo con la forza, / troppa facilità non lo fa esistere. / Di’ addio a ciò che è scomparso. Ne giunge ancora l’eco. / A noi tocca parlare in modo rozzo e aspro”. traktat_poetycki
Si percepisce nei versi il rimpianto di non poter più parlare della natura, del semplice succedersi delle stagioni, per non tradire l’impegno politico richiesto dalla propria terra.
Finché Miłosz non risolve il conflitto con un ultimo, nostalgico gesto. Scriverà nell’ode conclusiva: “molto, molto ci sarà rimproverato. / Perché, pur potendo, rifiutammo la pace del silenzio / […] Invece volevamo smuovere ogni giorno / la polvere dei nomi e degli eventi / con le parole, poco badando al loro / e nostro svanire, scintillando”.
Non può far riposare lo sguardo sul paesaggio americano che lo circonda, anche se la tentazione di “costruirsi per sempre una casa nella Natura” è forte; c’è un luogo a cui tornare sempre, e nel momento in cui gli uomini reinventano continuamente i confini geografici, è la mappatura emotiva a ridefinire l’idea e l’anima stessa di una patria.

 

Giudizio: 5/5
Czesław Miłosz, “Trattato poetico” (1957), traduzione di Valeria Rossella, pp. 115, €16, Adelphi, 2012

 

czeslaw-miloszCzesław Miłosz è nato nel 1911 a Šeteniai (attuale Lituania). Poeta e attivista, fu promotore di un approccio culturale alla politica. A causa del suo atteggiamento fortemente critico verso il partito comunista russo, chiese esilio politico alla Francia. Ha insegnato Letteratura polacca in California ed è morto a Cracovia nel 2004. In Italia le sue opere sono pubblicate tutte da Adelphi.

 

 

L’uomo di Kiev di Bernard Malamud

luomo-di-kiev-210719Nella Russia zarista del 1913, un ebreo viene condannato per l’omicidio rituale di un bambino cristiano. Molto più indietro negli anni e a verste di distanza, Geoffrey Chaucer nell’epigrafe parla di “un piccolo Ugo di Lincoln, trucidato anche tu dagli ebrei maledetti”. Bernand Malamud è ebreo per nascita, ma distante dai rituali della religione a cui appartiene, e estraneo alla geografia fisica e sentimentale degli shtetl europei. Eppure, come fa notare Alessandro Piperno nella sua prefazione, la sua città nativa è una Brooklyn “iper-ebraica”, una realtà di sofferenza che vanifica ogni possibilità di riscatto, e che pregiudica tutte le figure dei suoi romanzi. Come scrive ancora una volta Piperno: “Gli eroi di Malamud sono l’incarnazione stessa dei loser. Nessuna fitzgeraldiana corsa all’oro. Solo grandi cadute nel fango”.

Yakov Bok, “l’uomo di Kiev”, è fatto dello stesso stampo: la sua storia di fixer, aggiustatutto incapace di riparare il proprio destino, è al contempo quella di Giobbe: un racconto di vagabondaggi, sfortune e sopportazioni. Come la storia vera da cui si muove, Yakov Bok abbandona il suo villaggio di origine, lasciandosi indietro una moglie infedele e una miseria quotidiana, per approdare a Kiev, capitale di un antisemitismo sempre più feroce e incontrollabile. Lì è preda di un vortice di avventure da cui non riesce a tirarsi fuori: soccorre un antisemita ubriaco nella neve, diventa oggetto di attenzioni da parte della figlia di lui, ricopre un posto di rilievo nella piccola fabbrica di famiglia – tutto sempre nel segreto di una religione a cui non sente di appartenere, all’insegna della libertà di pensiero che letture di Spinoza stanno costruendo dentro di lui.RUS271
Ma la situazione precipita presto, e Yakov Bok viene accusato di aver assassinato un bambino a scopi rituali; da questo momento la sua vita cambia violentemente. La trama si ferma, e ogni azione ha luogo esclusivamente all’interno del suo spirito e della sua cella. 
Da questo punto, al contempo, la scrittura di Malamud diventa “un autentico calvario”: la sua prosa è brutale e trasparente, e il confine tra la carta e la carne è così sottile da non poterci fare affidamento. Yakov Bok soffre nella sua innocenza, e soffre nella sordità a cui il carcere lo condanna, ignaro di chi, da fuori, lo protegge o trama contro di lui.

Come in un romanzo di Dostoevskij, il corpo dell’aggiustatutto precipita ad un livello di umanità sempre più basso, mentre il suo spirito ascende a una grazia chiarificante e insostenibile. Le torture e le malattie agiscono per sottrazione su di lui, ripulendolo dal superfluo del mondo e donandogli, in cambio, la capacità di accettare il suo destino – che è il destino di tutti gli ebrei. “Vey is mir”, povero me, è la frase con cui appare sulla prima pagina, e in quelle tre parole yiddish si nascondono passato, presente e futuro della sua stirpe.
Nel corso del romanzo l’immedesimazione si fa più violenta e partecipata, ma le pagine finiscono senza che davvero si sappia cosa succeda al povero Yakov Bok: è questo un ulteriore dono di Malamud, che ci fa dimenticare l’importanza del finale, lasciandoci sospesi e tramortiti ma, a suo modo, purificati.

Scomparso dalla scena editoriale da troppo tempo, “L’uomo di Kiev” viene finalmente riconsegnato alla lettura dalla Minimum Fax che festeggia con questo titolo, e in maniera straordinaria, il suo ventesimo compleanno.

 

 

Bernard Malamud, “L’uomo di Kiev”, traduzione di Ida Omboni, pp. 405, €14,50, Minimum fax, 2014

Giudizio: 5/5

 

2Figlio di due ebrei russi immigrati in America, Bernard Malamud nasce a Brooklyn, New York, il 26 aprile 1914. Costruisce la sua vita letteraria dal niente, produce racconti e libri tra i più importanti del ventesimo secolo, raccoglie numerosi premi. Muore per un attacco cardiaco il 18 marzo 1986.
I suoi romanzi e racconti sono pubblicati in Italia quasi totalmente da Minimum fax.

Istemi di Aleksej Nikitin

472_20130729094726Istemi fu l’ultimo signore assoluto del Khanato turco di Zaporož’e” e al contempo non è mai esistito. Aleksej Nikitin, nel suo primo romanzo pubblicato in Italia da Voland, lo fornisce tuttavia di una ricca biografia, e un accurato sfondo storico: la vividezza e i dettagli con cui ogni atto di Istemi è raccontato fa sì che sembri più vero della realtà stessa, e sin dalle prime pagine  verità e finzione scivolano l’una nell’altra. Istemi, tuttavia, è la storia malinconica di un gioco  interrotto bruscamente dopo poche partite, così come bloccate e rovinate sono state le vite di tutti i suoi partecipanti.
Nel 1984 una conversazione colta e annoiata tra cinque studenti confinati in un kolchoz ucraino avvia una competizione fantapolitica e astorica: come in un Risiko slavo, i cinque ragazzi riscrivono la storia dell’Europa, ridisegnandone i confini e spartendosene i territori. Vengono ristabiliti monarchie e califfati e il Sacro Romano Impero non è mai caduto, ma al contrario è fiorente sotto la guida di Carlo XX. Le trattative tra i cinque potenti e le manovre politiche e geografiche durano poco, ma le conseguenze sono enormi; lo stesso KGB non resterà sordo all’innocente gioco, e i cinque studenti verranno arrestati e detenuti per un periodo lungo, reso infinito e insostenibile dagli interrogatori estenuanti. Alla loro liberazione si accorgono di aver perso tutto, pur non avendo consegnato altro che le regole del loro gioco bizzarro, e le loro vite si dividono in maniera inesorabile. Solo vent’anni dopo si ritroveranno, chiamati a una possibile guerra da un ultimatum che lascia loro poco tempo per agire, ma abbastanza da ripercorrere la strada che si erano lasciati alle spalle. Aleksej_Nikitin__Istemi

Con un’alternanza temporale lucida e mai fuorviante, la storia inizia quando già tutto è andato perso  e ricomincia proprio dove si era fermata anni prima. Lo stile di Nikitin è eccezionalmente avvincente, dotato di una suspense malinconica e mai banale e il modo in cui tratteggia Istemi, avatar del protagonista Aleksandr Davydov, è fermo ed epico. Attraverso i pensieri di Davydov e le sue osservazioni, spesso sfuggenti,  Istemi, forte e orgoglioso, ci appare come il depositario di una dignità che la sua controparte non riesce a possedere. Signore di un impero infinito e potente, la storia di Khan Istemi  è piena di “spazi bianchi simili a buchi neri” e nessuno li riempirà mai più. Ed è sempre lui che parla attraverso Davydov durante gli interrogatori: lui a non cedere alla pressione di un potere ottuso e prepotente, e sempre lui a difendere le regole che governano il suo impero inesistente, e al contempo il regno invisibile dell’immaginazione del suo creatore.
Attraverso Istemi Nikitin ha così  intrattenuto un dialogo personale e originale con la storia della Russia: la tristezza e la nostalgia slava parlano attraverso i protagonisti, e Istemi incarna l’idea di un paese ancorato a un passato leggendario e a un’idea di grandezza e dignità, proprio attraverso la figura di un personaggio che in nome di una mediocrità stabile e sicura ha lasciato andare via qualcosa di più profondo e prezioso della sua personalità.

 

Aleksej Nikitin, “Istemi“, traduzione di Laura Pagliara, pp. 134, €13, Voland, 2013.
Giudizio: 4/5

 

nikitinNato a Kiev nel 1967, laureato in fisica, Aleksej Nikitin ha esordito in narrativa nel 1990. Scrittore di numerosi romanzi, novelle e racconti, nel 2000 ha ricevuto il prestigioso premio Korolenko. Istemi, uscito in Russia nel 2011, è stato recentemente tradotto anche in inglese.

(dalla pagina autore su Voland)

Almanacco degli accidenti di Ştefan Agopian

almanacco degli accidenti copQuesto smilzo libretto propone già dall’inizio un problema intrigante.
Il titolo originale, Manual întâmplărilor, “suggerisce l’idea di un trattato, di un catalogo di cose conosciute e prevedibili, (ma) la parola ‘întâmplări’include […] qualcosa che, dipendendo dalla sorte, è assolutamente imprevedibile”. Paola Polito, traduttrice del romanzo, introduce così non solo un primo problema di resa dal romeno, ma anche l’essenza stessa del libro, fatto di contraddizioni, ambiguità e apparenti incongruenze.

Pubblicato per la prima volta in Italia dalla pisana Felici Editore, Ştefan Agopian è un autore singolare e, come sottolinea Bruno Mazzoni nella sua postfazione, di difficile collocazione, scomodo anche nella sua etichetta di ‘antirealista’. Il debutto come poeta dà l’imprinting  alla sua produzione, già estremamente provocatoria nei confronti di un sottotesto tanto vario quanto abbondante. Confluiscono infatti nel testo non solo la Bibbia, ma anche le pietre miliari della letteratura romena ed europea, nelle sembianze e vicende di personaggi che contengono confusamente mille culture e nozioni diverse. Ma la critica di Agopian si rivolge ovviamente al regime comunista che, ancora al tempo della (sofferta) pubblicazione del libro, imponeva agli scrittori un realismo scarno e monotono, al riparo dalla pericolosità della fiction. La stessa atmosfera politica e sociale viene ribadita dallo scenario del testo, vuoto e sempre uguale, in cui le stagioni si alternano senza fare scalpore e dando al lettore l’impressione che i pigrissimi personaggi non si muovano mai dallo stesso cerchio di alberi.manualul

Ambientati nell’ottocento romeno, i sei racconti che compongono il romanzo hanno come protagonisti Ioan Marin, un maestro geografo, e Zadic l’Armeno, un factotum sui generis, esperto in mille mestieri (letteralmente) quali, per esempio, “sorbettiere, istruttore militare, boia, cristiano”. Presentazioni altisonanti per un paio di vagabondi lerci, allucinati e stremati dalla fame, che attraversano come in un sogno le avventure più curiose e inverosimili. E tuttavia lo stile barocco di Agopian imbastisce sì una serie di parabole surreali, ma tutte  scorrevoli e coerenti con i discorsi che i protagonisti portano avanti; tra botte, canti e bevute con i ‘cacodemoni’, il mondo di  Agopian basta a se stesso, perché dotato di una meccanica propria che lo tiene al riparo dalle domande che lo destrutturerebbero. Alla luce di queste riflessioni il titolo definisce sempre di più l’intento dello scrittore, che spesso sembra parlare attraverso il complicato filosofare del Geografo. Gli “accidenti” di cui il mondo è composto sono necessari al suo equilibrio e, come scrive ancora la Polito, è “come se, scrivendo questo “manuale degli eventi”, un manuale volto ad aiutarci a interpretare e a fronteggiare gli imprevisti della vita, l’autore volesse mostrarne al contrario l’impossibilità”, senza però rinunciare alla spensieratezza.
Lungo i sei racconti, Zadic e Ioan si risveglieranno sempre da una sbornia, e tuttavia all’interno del romanzo il risveglio non rappresenta mai una linea netta di separazione tra la realtà e il sogno, perché ogni dimensione sperimentata è una favola. Così la folla di personaggi irreali che li circonda è una serie variopinta di figure mitiche; animali parlanti e angeli  non si allontanano mai  dai due e li accompagnano quasi a spintoni verso l’ultimo racconto, “Lazzaretto” e l’ultima, definitiva presa di coscienza prima della catarsi: “Bré, sappi che, se ci succedono tutte queste cose, siamo morti e non lo sappiamo”.

 

Giudizio: 4/5
Ştefan Agopian, Almanacco degli accidenti(1984), traduzione di Paola Polito, pp.123, €12, Felici Editore, 2012

 

stefan-agopian-12817Ştefan Agopian è nato nel 1947 a Bucarest. Scrittore di origine armena, ha all’attivo molti romanzi e articoli, oltre a diverse collaborazioni con la “Academia Caţavencu”.
“Almanacco degli accidenti”, suo unico romanzo tradotto in italiano, ha vinto il Premio Unione degli Scrittori Romeni.

 

Romanzo naturale di Georgi Gospodinov

620789Di tutte le vanità, quella che più si addice ad uno scrittore è il ritenersi possessore di una storia – e che sia almeno una, e la propria. D’altro canto la dimensione stessa del raccontare è l’unico Lebensraum possibile per un narratore: ci è assolutamente impensabile immaginarlo al di fuori dei suoi confini di carta, sarebbe una contraddizione.
Uno scrittore incapace di raccontare una storia non è uno scrittore.

Romanzo naturale è comparso in Bulgaria nel 1999, un anno in bilico, quando ormai il dibattito sulla letteratura nazionale contemporanea necessitava di un ulteriore e definitivo giro di vite. Il passato letterario bulgaro è ricco di scrittori che hanno attinto a piene mani dalla preistoria esotica del paese: autori quali Ivan Vazov, Jordan Jovkov ed Elin Pelin hanno portato in superficie il sostrato di racconti popolari, miti e favole che sono l’anima fiabesca e tragica della Bulgaria più pagana. Simboli e temi che verranno poi ripresi dalla generazione successiva composta principalmente da Emilijan Stanev e da Jordan Radičkov, i quali sapranno dare agli uomini e al loro rapporto con gli animali un’intimità più profonda e ricercata.
Georgi Gospodinov va dunque ad inserirsi in un momento in cui è indispensabile per uno scrittore bulgaro riconsiderare il modo di fare letteratura: bisogna continuare ad insistere sulle caratteristiche locali ed un certo esotismo di maniera o trascurare la propria bulgaricità per sfruttare solo la propria valenza letteraria? In Romanzo naturale la sua scelta è molto chiara. Non si tratta infatti di un romanzo geograficamente e culturalmente collocato e questa sua (non)caratteristica è stata determinante per il successo del romanzo all’estero. Anche i suoi richiami ad una “memoria emotiva” del paese di origine non si limitano mai a riguardare solo la Bulgaria, ma investono i ricordi propri di ogni persona che abbia vissuto negli stessi anni della sua generazione. E questa memoria condivisa fatta di piccoli oggetti da niente, caramelle, certi frutti in corrispondenza a determinati periodi dell’anno ha reso Romanzo naturale il libro simbolo di questa nuova intelligencija bulgara, più leggera e spensierata perché libera dal peso della propria nostalghia.
La trama è semplice come un cubo di Rubik ancora intatto: lui e lei stanno per divorziare, lei è incinta di un altro, lui non riesce ad accettarlo. E visto che il lui in questione è Gospodinov stesso la non accettazione si trasforma presto nell’impossibilità di raccontare la propria storia, trasformando la perdita di sua moglie in un doppio fallimento. Quello dell’uomo (che si smembra in altre identità: Gospodinov redattore di se stesso e un pazzo e incomprensibile giardiniere) e dello scrittore. Del Romanzo naturale viene dettato appena l’inizio che già l’autore, dopo i primi propositi naturalistici dell’epigrafe, si fa minuscolo, fino a scomparire: la narrazione stessa si sposta sul piano onirico nel giro di un paio di pagine.9960948
E cos’è il sogno se non una narrazione abortita, ma soprattutto un tentativo di ricostruzione fallito? Più ci sforziamo di raccontare, più dimentichiamo e ad ogni tentativo – ad ogni inizio – la storia reinventa se stessa in un gioco postmoderno di infinite possibilità. Un gioco lieto, allegro, un postmodernismo “dal volto umano” che non si limita ad imporre la frammentazione ma che dona la simultaneità della visione. Dice Gospodinov a pag. 90: “Il metodo della frammentarietà adottato da alcuni romanzieri è in effetti un’imitazione dell’occhio della mosca”. Ogni ocello percepisce un punto diverso dell’immagine che viene poi ricomposta nel cervello.
Il mondo si presenta così come un mosaico animato e la metaletterarietà smette di essere omaggio o sintomo, per diventare un sistema di orientamento nei tasselli mobili di una storia che tenta disperatamente di rigovernarsi. Assente (e non solo fisicamente) l’autore, mille chiacchiere minuscole tentano di distrarre la narrazione da se stessa che sempre più infastidita prova a raccontarsi in ogni capitolo, riproponendo ogni volta inizi diversi.
Il problema di base però è che è ormai impossibile raccontare in maniera naturale: tutto è velato e metaforizzato, ogni concetto deve essere mascherato per riemergere solo sotto la forma di discorso fortemente allusivo. Andare avanti nella lettura significa accettare proprio questa mancanza di regole e linee guida: non avere il controllo del gioco, partecipare del piacere di essere sottomessi, assoggettarsi a questo esperimento e stare a guardare cosa succede.
Quella che Gospodinov denuncia, dunque, è una letteratura spoglia di istinti, che ha perso la spontaneità un po’ folle di cui il personaggio del giardiniere è simbolo. E più di ogni altra cosa mi resterà l’immagine di lui perso nella fantasticheria di un orologio naturale, senza lancette ma con il solo comando del sole che a seconda della sua inclinazione avrebbe deciso di far sbocciare questo, o quell’altro fiore.

 

Giudizio: 4/5
Georgi Gospodinov, “Romanzo naturale”, traduzione di Daniela Di Sora e Irina Stoilova, 153 pp., Voland, €13

I posseduti di Elif Batuman

NZOIl russo è una lingua difficile, e la letteratura russa è tra le più complesse. In generale, scegliere di diventarne studiosi prevede una certa dose di autolesionismo e un’attrazione adolescenziale per Dostoevskij che, a seconda della gravità delle proprie convinzioni, si dilata inglobando tutti gli scrittori più piccoli e oscuri. Solitamente è facile distinguere gli studenti di russo; al di là dei tomi che portano sottobraccio, hanno negli occhi l’indizio di un certo fanatismo per i loro studi, che li fa somigliare a tanti Raskolnikov febbricitanti.
Elif Batuman è diversa dal prototipo proposto: è giovanissima quando legge l’Evgenij Oneghin di Puškin; Anna Karenina le sembra il naturale proseguimento del sogno pieno di neve di Tat’jana. Inizialmente l’interesse per la cultura russa si concretizza solo in un blando corso per principianti, che l’affiancherà negli studi di linguistica. Elif vuole da un lato “imparare il nudo meccanismo della lingua, la forma pura in sé“, e dall’altro evitare accuratamente di leggere troppi romanzi, “in quanto aspirante romanziera”.

Tuttavia ben presto l’interesse per la linguistica viene meno, e il russo diventa l’unica arma con cui far fronte alla delusione dei suoi studi. La ricerca della bellezza, che tanto interessa la Batuman, si sposta nel campo che aveva cercato di non contaminare con la teoria. “Due anni dopo – per inciso, senza aver letto più di sette o otto romanzi – mi ritrovai in procinto di laurearmi in letteratura.
L’avventura accademica e personale di Elif inizia così quasi per caso, muovendosi tra assegni striminziti e borse di studio per i pellegrinaggi letterari ai luoghi di sempre: da San Pietroburgo a Jasnaja Poljana, cercando la risposta ad una domanda semplice, quanto personale. “Era davvero tanto inconsistente l’amore? L’essenza dell’amore non era forse la sua capacità di indurre a voler imparare sempre di più, a immergersi, a diventare posseduti?
I posseduti” non indica solo quel piccolo esercito di lettori e scrittori che cadono preda delle proprie monomanie ma, più generalmente, riguarda coloro che hanno la predisposizione a lasciarsi toccare profondamente dalla passione per una persona o un’idea. Molto spesso gli amori della Batuman si intrecciano alle vicende da lei descritte: dalla Turchia alla Russia, c’è quasi sempre l’ombra di un uomo che fornisce lo spunto per più di una partenza, una figura capace di mediare e alimentare l’interesse della studiosa per un paese o per una lingua. Procedendo nella narrazione, la folla di strambi personaggi che anima gli articoli mano a mano si dirada, per lasciarla riflettere più intimamente sulle proprie radici e sul proprio futuro: americana di nascita ma turca di origini, Elif ha visto la propria carriera crescere con una velocità e una grazia che, forse, in Italia potremmo solo sognarci. Eppure questo non sembra aver modificato la sua personale ‘possessione’ né aver intaccato il tono ironico e malinconico con cui ha deciso di parlarne, piuttosto ha preservato il suo amore dalle tentazioni del virtuosismo accademico.ThePossessed

Tuttavia le “storie dei grandi scrittori russi” promesse nel sottotitolo si limitano a occupare pochi capitoli, lasciando molto più spazio alla parentesi uzbeka della scrittrice, forse la parte più interessante del libro.  Il ricordo della sua estate a Samarcanda rappresenta, inoltre, un elemento di continuità nel testo e l’argomento più interessante; penetrando nella civiltà uzbeka da novizia, Elif ha l’opportunità di riportarcene la complessità, soprattutto linguistica. La sua forma di studiosa la porta a frugare nel lessico uzbeko, per scoprire sempre nuove corrispondenze tra la lingua e la vita, all’interno della storia di un popolo in cui i poeti sono tutti “pazzi o santi”.
Scanzonato e stupito, il suo tono è ancora quello di una ragazzina che per la prima volta si approccia ad una letteratura enorme e bellissima: consapevole e ingenua al contempo la Batuman ci regala, con “I posseduti“,  un nuovo modo di riflettere sulla materia dei propri studi. Forse meno serio e credibile (ammetto di aver alzato più di una volta il sopracciglio leggendo il capitolo sul presunto assassinio di Tolstoj), ma sicuramente più fantasioso e creativo, ed incredibilmente gradevole alla lettura.

 

 

Voto: 3/5
Elif Batuman, “I posseduti
, (2010), traduzione di Eva Kampmann, pp. 309, €20, Einaudi, 2012

 

Elif BatumanElif Batuman è nata nel 1977 a New York da genitori turchi. Dopo aver conseguto la laurea ad Harvard ha ottenuto un dottorato in Letterature comparate all’Università di Standford, dove attualmente insegna.
Vive ad Istanbul, dove è writer-in-residence all’Università di Koç.
I posseduti è il suo primo libro.